martedì 20 gennaio 2026

Pensione con il binocolo

 Oggi l ho fatto, sono andata a fare una consulenza previdenziale. Troppo presto, diranno tutti.

In realtà si ma sono andata per capire il fatto delle ricongiunzioni , del cumulo etc, e comunque alla fine è stata fatta pure la previsione ........ aprile 2046 se le cose stanno come sono ora.

Non so mentre parlava un po' mi è mancata la terra sotto ai piedi: 68 anni di età! Ci arriverò? Come sarò?  Sono veramente tanti per lavorare ancora a questi ritmi.

Mentre rientravo pensavo a come sia possibile spendere una intera vita a lavorare per poi affrontare i pochi anni che rimangono in che modo? Aspettando di morire. 

Non me ne capacito.

sabato 17 gennaio 2026

quella camera con la finestra sulla valle

"Ecco nonna stasera mi piacerebbe il riso in brodo!"

"Ok allora lo facciamo con quello di patate."

"Aggiudicato."

Erano i pomeriggi delle vacanze estive quando andavo in montagna con mia nonna per passare qualche settimana al fresco. Erano gli ultimi periodi dell'infanzia e della spensieratezza, quando l’adolescenza bussa prepotentemente alla porta senza però ricevere entusiasmo all'ingresso. Quel periodo in cui ancora si gode delle coccole e dalle premure di una seconda mamma che nulla deve ma tanto regala.

La casa si trovava in un paesino montano nel Comune di Frassinoro dove con sacrificio passando tutti i weekend a lavoro, la famiglia aveva realizzato il desiderio di una seconda casa in cui passare le estati. Gli inverni erano molto rigidi e c’erano solo stufa e camino perciò si andava solo da maggio a ottobre.
Il paesino con le tipiche connotazioni del borgo montano dell'Appennino era abitatissimo d'estate:i genitori del papà, il fratello e gli altri parenti di Genova nonché amici d'infanzia e cugini. Molti abitavano a Genova perchè durante la guerra erano emigrati e avevano trovato la una nuova vita. 
Stavo bene in quel periodo, nessun turbamento, pochi doveri e tanto tempo libero.

Mi piaceva stare con mia nonna perché era una persona semplice: non le interessava granché se non qualche programma in tv, cosa cucinare ad ogni  pasto, le carte, qualche passatempo come la maglia con cui aveva imparato a fare bellissime ciabatte di lana istruita dalla cognata di Merano. Avevano la suola di feltro e la parte superiore di lana, poi veniva applicata e cucita alla base. Le preparava per tutti ed erano davvero comodo e calde.
Mia nonna era casalinga da sempre ma non lo era sempre stata, lavorò anche in una fabbrica che costruiva scarpe e aveva imparato a distinguere quelle buone. 
Ricordo quando raccontava di quando andava a ballare con il suo papa' e quando conobbe il nonno.  Nella sua vita dopo il matrimonio aveva mantenuto alcune amiche con le quali una volta al mese, si trovava per fare un pomeriggio di carte. Era fantastica perche quando le ospitava a casa iniziava al mattino presto a preparare le tartine che faceva solo per loro e la torta, metteva tutto in sala, quella bella con il lampadario a gocce dove si ricevono le persone, e guai a chi toccava qualcosa. Quel giorno sbrigava tutti i mestieri in fretta e ci liquidava tutti. Andava a fare la doccia,  si metteva i vestiti belli, gonna e collant che rompeva puntualmente almeno una volta a causa dei calli creati dalle ciabatte che usava ogni santo giorno. Ne aveva sempre due paia. Si spruzzava poi il profumo, il solo ed unico Atkinson alla lavanda, glielo aveva fatto conoscere sua sorella e da allora era sempre quello. 

Era il suo pomeriggio, lontano da tutto il quotidiano, dai doveri, dalle faccende, dagli animali: la sua valvola di sfogo. 

Con lei imparavo l'arte della pazienza, il tempo speso a stare con se stessi, la bellezza di una passeggiata che culminava con la vista della valle piena di lucciole. Lo ricordo sempre quello spettacolo, quando saliva la mamma al weekend andavamo tutte insieme ad ammirarlo: una salita che valeva pena di affrontare.

Ci mettevano a tavola la sera: io apparecchiavo per due e lei cucinava. Preparavo la brocca dell'acqua rigorosamente attinta dal rubinetto e il pane che non mancava mai.
Guardavamo qualche quiz e fuori calava la sera. L'immancabile telefonata al nonno che giù a Modena lavorava e quando aspettavamo gli altri nonni per la passeggiata a volte raccontava alcuni aneddoti più o meno felici tra cui quelli vissuti durante la guerra.
Mi diceva che da bambina andava a lavorare nei campi di riso del vercellese e che andavano a gambe nude nell’ acqua morendo di paura perché nell’acqua c'erano le bisce che spesso mordevano piedi o caviglie.
Quando finivano il turno e il padrone tronava a riprendere le lavoratrici, la prendeva e la caricava a braccio sul carretto davanti con lui e lei si sentiva un po’ più leggera. La paga era un chilo di riso che allora era davvero importante. 
Quella di mia nonna non era una famiglia numerosa rispetto a quei tempi: tre figli, molto diversi tra loro. Il papà dopo la guerra aveva iniziato a bere e nonna mi raccontava che capitava di doverlo andare a recuperare in qualche bar o di trovarsi a pagare i suoi debiti. Mi ha sempre detto che era molto arrabbiata con lui perché non facendo la tessera del partito fascista, fece patire la fame alla sua famiglia. 
Allora non sapevo nulla di queste cose e reputavo giusto quello che lei mi diceva: ad oggi credo che fossero periodi in cui chi aveva dentro un profondo senso di giustizia e di amore verso il genere umano non avrebbe potuto scendere a patti con quel regime che non consentiva ciò che per l'uomo è essenziale: la libertà.

Ho assistito a tanti racconti di nonna sulla guerra: persone fucilate in piazza, l’aereo chiamato Pippo che passava la notte a sganciare bombe a caso, la Gestapo che seminava il terrore e l’arrivo degli americani con la cioccolata, qualcosa di incredibile per quel tempo. Erano ricordi ancora vivi che probabilmente la memoria non avrebbe mai cancellato. Credo che ad oggi sia impossibile comprendere com'era quel tempo perché non siamo mai stati privati di nulla nonostante si parli a vanvera di questi argomenti. Ciò spiega come per persone come mia nonna fosse importante lo stare in famiglia, avere da mangiare e poter leggere o ascoltare una radio senza che qualcuno ti dicesse che non potevi farlo o cosa dovevi guardare o fare.

La sera giocavamo anche a carte: scala 40 era il suo preferito. Non voleva mai giocare a punti il che rendeva però il gioco meno stuzzicante, però era un bel passatempo per fare arrivare l'ora di dormire.

In montagna andavamo a letto insieme, su quel lettone altissimo in cui si aveva l'impressione di cadere sempre.
Lei era una nottambula ma quando stavo con lei salivamo in camera insieme anche perché essendo una casa di montagna, molto grande con alcune parti ancora da finire, per andare a dormire dovevamo attraversare alcune stanze buie e io avevo paura.
Il mattino quando mi svegliavo c'era la finestra aperta sulla vallata ed era davvero magico.

Cosa darei per sentire ancora quella sensazione: quella che hai da bambino quando sei ancora tutelato, non devi fare grandi cose, non devi dimostrare nulla a nessuno e il tuo mondo ha confini di protezione. 

Mia nonna è un ricordo magico, qualcosa che mi connette alla bambina che ero: se chiudo gli occhi ancora sento quella sensazione di quando in quei giorni in preda alla febbre da tonsille, ed erano tanti, stavo sul divano con lei a guardare i telefilm americani, appoggiando la testa sulla sua panciona. 





Accorgersi di essere vivi - Franco Arminio Guidalberto Bormolini

Fai caso al giorno che comincia
come è delicata la luce,
come si posa sulle cime degli alberi
e sui tetti.

Fai caso agli estranei, al cane,
all'insetto, al manifesto appeso, pensa alla terra
sotto ogni filo d'erba,
all'osso sotto ai denti.

Fai caso a tutto:
ieri eri altrove
e domani sarai lontanissimo.

Essere in un luogo
è una fortuna.


Accorgersi di essere vivi

Franco Arminio - Guidalberto Bormolini



domenica 11 gennaio 2026

Resto

RESTO


Piove dentro me un eterno novembre.

Fotogrammi di te

ravvivano le ceneri della mia esistenza.

Restare e trovare nuovi motivi 

vivendo l’ambivalenza del ricordo.

Una sfinge marmorea che trafigge i profani del tuo nome.

Il nostro mandala è oramai distrutto

dispenso granelli d’infinito che portano il tuo nome.





venerdì 9 gennaio 2026

Una lunga strada

E rimasi così ferma immobile mentre la guardavo allontanarsi nel freddo pungente di una mattina d’inverno.

Aveva addosso i suoi vestiti migliori: il capotto che le copriva le caviglie, abbondante e antico per la sua età ma caldo. Ai piedi un paio di ballerine che di sicuro non facevano caldo ma che le davano comunque una parvenza distinta, si può dire di buona famiglia.
La sua figura nitida e definita diventava piano piano più fioca, senza confini. La sua camminata mi sembrò nuova come non l’avevo mai vista. Era diversa nel suo movimento quasi appartenesse ad un tempo in cui io non ero più. Percepivo un senso di lontananza, distaccamento come di una persona conosciuta che ha vissuto una vita lontana. Forse ero un po’ invidiosa, forse solo realmente angosciata ma mi tremavano le gambe e mi salivano le lacrime agli occhi. Non volevo fami vedere così ma non riuscivo a trattenermi. Comunque non ce ne fu bisogno perché lei non si voltò nemmeno una volta, non incrociai più il suo sguardo ma in cuor mio speravo che anche lei sentisse la stessa stretta al cuore che avevo nel petto.

Mi resi conto di essere rimasta bloccata per alcuni minuti, come pietrificata. Non sapevo se quella sarebbe stata l’ultima volta ma il pensiero di rimanere lì con la sua immagine negli occhi mi ancorava a tutto ciò che avevo vissuto fino ad allora.

Razionalizzai e intorpidita voltai le spalle a quella ragazza che aveva condiviso con me ogni giorno della sua vita sino a quei dodici anni raggiunti in tempi difficili. Ora toccava a me. Il mio destino mi portava a Lucca dove ad aspettarmi c’era una famiglia benestante con una ragazzina più o meno della mia stessa età a cui avrei dovuto fare compagnia oltre ad occuparmi dell’intera casa: pulizie, pasti e anche animali.

Non sapevo nulla di loro, avevo solo un indirizzo, una valigia di cartone ed un passaggio in auto dal garzone del fabbro che doveva andare a Lucca per lavoro.

Puntuale lo trovai ad aspettarmi vicino al cartello che indicava il mio paese. Appena in tempo per voltarmi verso quello che era rimasto del mio mondo fino a quel giorno, un occhiata alla montagna e alla casa dove nostro padre sarebbe rimasto, schiavo di quella vita difficile che aveva portato via sua moglie troppo presto, di quei brutti ricordi fatti di violenza e paura che solo la guerra può regalare, lontano da quelle bambine che ora iniziavano la una nuova vita ad un età che dovrebbe essere dedicata ai giochi ma che per necessità era già fatta di lavoro e responsabilità. Lo vedevo sull’aia con lo sguardo fisso sulla valle cercando un conforto a quella separazione così forte e crudele.

Salii sull’auto e il garzone mi disse “te pronta cichina c’andamm?”




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