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sabato 12 novembre 2022

....quante come Serena



Siamo state amate e odiate,
adorate e rinnegate,
baciate e uccise,
solo perché donne.

(Alda Merini)



Si sposarono quando lei era incinta del loro primo figlio. Stavano insieme dall’età di venticinque anni.

Matteo, più giovane di qualche anno. Una famiglia sgangherata alle spalle: un padre padrone, una madre a casa equiparata a cameriera, lui era uno indipendente amante dell'arte di cavarsela da solo sempre, una persona semplice e pragmatica.

Serena ultima di tre figli, viziata e inconcludente dal punto di vista scolastico e lavorativo, amava la vita facile, poco incline all'ascolto dei consigli sia dei genitori sia dei fratelli.

Si erano conosciuti in una discoteca e da allora era iniziata la loro storia. Matteo si trasferì presto da lei perché viveva lontano ed i genitori dovettero mettersi l'anima in pace ed ospitarlo, di fronte alla richiesta imperativa della figlia.

Aveva un'impresa e già qualche tempo prima del matrimonio, rassicurava Serena sul loro futuro, dicendo che avrebbe pensato a tutto lui e che sarebbe stato bello se avesse scelto di stare a casa con i figli. Per Serena questo era un segno di grande amore e dedizione alla famiglia. Quando si trovava con la sorella spesso parlavano dell'argomento ma lei l'aveva sempre messa in guardia da questo tipo di atteggiamento dicendole che avrebbe potuto sfociare in un controllo assoluto della sua vita. Le diceva di avere un reddito suo per non dover dipendere da nessuno, amici suoi con cui uscire. Serena il più delle volte la ignorava e anzi tendeva ad arrabbiarsi impedendole di intromettersi nella sua vita, dicendole che era solo gelosa della sua bellissima storia d'amore.

Il tempo passava, i due ragazzi decisero di mettere su casa e la famiglia di Serena, come da tempo aveva deciso, le fece dono di uno stabile da ristrutturare che col tempo e la fatica resero abitabile prima del matrimonio. Arrivarono le nozze e immediatamente dopo, la nascita del figlio. Il piccolo cresceva e dopo qualche tempo ne arrivò un altro.

Con il tempo Matteo si era dimostrato un padre poco presente, tanto impegnato ad occuparsi del sostentamento della famiglia senza capire che la famiglia aveva bisogno di lui. Amore, gioco, complicità: queste cose erano a lui sconosciute.

Serena dedita alla vita dei piccoli, avrebbe voluto chiedergli una mano ma lui rincasava sempre distrutto, a malapena salutava e lei non se la sentiva di fargli carico di ulteriori fatiche.

Il peso delle fatiche contribuiva ad aumentare nervosismo e stanchezza in entrambi: una sera a cena, i piccoli erano più rumorosi del solito. Serena aveva bisogno di chiedere alcuni soldi per la settimana.

Matteo reagì malissimo iniziando ad urlare: "non riesci proprio a fare niente, ti ho dato cento euro settimana scorsa, li hai già finiti?!"

Serena rimase impietrita "ma ho fatto spesa e pagato i libri del piccolo, non ricordi?"

"Ma sì sì, come ti pare" e alzandosi, lanciò cinquanta euro sul tavolo.

"Se vuoi mi cerco un lavoro, non voglio che ti accolli tutto il peso economico della famiglia"

Matteo la guardò con aria di supponenza "Cosa vuoi fare tu? non sei neanche buona di gestire la famiglia cosa vuoi cercare. Sarà meglio che ti occupi dei tuoi figli" e uscì sbattendo la porta.

Ogni occasione era buona per umiliarla, frasi del tipo non sai crescere i figli, guardati sembri una poveretta, la cena fa schifo si susseguivano di giorno in giorno. Per non parlare di quando lei si offriva di aiutarlo sul lavoro: le urla si sentivano dalla strada, secondo lui era sempre tutto sbagliato.

Serena iniziava a pensare di essere un'incapace e quando era troppo piena e stava per scoppiare, si sfogava con i bambini urlando non appena qualcosa non andava come voleva. Pensava di essere brutta e poco attraente. Pensava di essere una madre pessima. Le persone che le gravitavano attorno cercavano di farle aprire gli occhi dicendole che stava perdendo il sorriso, che era sempre cupa, arrabbiata, tesa.

Serena rispondeva che non era vero, che era solo un periodo e che se questa era la mano che potevano darle, sapeva fare anche sola.

Con il tempo gli amici le telefonavano sempre meno, le visite si contavano sulle dita di una mano.

Durante la settimana il copione era sempre il medesimo ma quando arrivava il venerdì, Serena pensava che Matteo avrebbe voluto stare con la sua famiglia. Al contrario Matteo rincasava e dopo aver cenato, si preparava ed usciva rientrando spesso in tarda nottata.

Lei lo giustificava sempre, pensando che fosse necessario, ad una persona con i suoi ritmi, avere un momento di svago.

Il sabato era in giro per lavoro e la domenica a casa a sistemare gli affari.

Le vacanze non erano mai un occasione per stare insieme: non potevano pianificarle perché lui voleva sempre essere disponibile al lavoro e quindi per non sentirsi rinfacciare mancanze, gli costruì "il castello delle fiabe" direttamente in giardino: una piscina, un giardino sempre verde, giochi gonfiabili. Tutto quello che era possibile per evitare che Serena volesse andare da qualche parte. Sembrava che non dovessero mai uscire di lì. Gli amici iniziarono a vedere questa cosa: ogni volta che gli proponevano qualcosa loro declinavano l'invito rilanciando con un perché non venite da noi?. Una volta poteva andare, due anche ma poi le persone trovavano mille scuse per non andare.

La loro intimità era quasi inesistente: Serena cercava sempre di creare nuovi presupposti ma lui si giustificava dicendo che era stanco o che doveva smetterla di fingere. Le poche volte che cedeva alle avance proponeva un sesso gretto, volgare senza dolcezza. Non c'era interesse, né amore, né passione.

Il tempo passava, i figli crescevano. Sempre più nervosi, urlatori folli, qualche problema di apprendimento e qualche difficoltà di carattere affettivo. Ogni volta che la madre litigava con loro o che era esausta dopo un rimprovero diceva loro che se ne sarebbe andata per sempre. Loro sentivano questo è lo interiorizzavano. Era inspiegabile: prima parole di fuoco, urla e mani volanti e subito dopo appiccicati alla madre per paura di perderla.

Lei aveva i nervi a fior di pelle, i pranzi e le cene avevano sempre lo stesso copione: poche parole, occhiate più o meno scure, rimproveri sul tipo di cena che un bambino o l’altro non mangiavano. Serena, non appena il marito si alzava da tavola, si versava un bicchiere di vino e se lo beveva in un sorso e dopo avergli portato il caffè sul divano tornava in cucina e si beveva un amaro. Era l'unico modo per sentirsi leggera, per poter fantasticare su una vita diversa. Si sentiva in trappola, annientata senza dignità. Aveva pensato di trovarsi un lavoro che la portasse fuori di casa almeno qualche ora, ma lui si era prepotentemente scagliato contro questa sua decisione. Lei era sua proprietà e faceva ciò che lui diceva.

Una mattina si alzò, preparò la colazione e portò  i figli a scuola, quando rientrò a casa si sentì venire meno le forze e crollò a terra.

Si svegliò qualche ora dopo intontita e con un bollo rosso sulla fronte per la botta presa. Andò in bagno e si guardò il viso, "adesso che gli dico" pensò.

La giornata giunse al termine e arrivò ora di cena, quando Matteo arrivò a casa la guardò in viso e le chiese cosa avesse fatto, lei rispose che aveva sbattuto contro il mobile. Lui le disse che era talmente goffa che non riusciva nemmeno a muoversi senza farsi del male. Lei presa da un impeto di rabbia uscì dalla stanza sbattendo la porta. Lui si alzò per seguirla e disse ai ragazzi di rimanere seduti e chiuse la porta. La raggiunse in bagno e la prese per un polso. Dicendole che non si doveva permettere mai più di fare un gesto così davanti ai suoi figli.

Perché se no che mi fai disse Serena con gesto di sfida.

Non mi provocare.

Che fai dai, voglio vedere.

Lui non se lo fece ripetere due volte e le scagliò uno schiaffo che la tramortì e la fece cadere a terra priva di sensi. Immediatamente Matteo le disse di alzarsi e di smetterla di fare la scena ma Serena non riprendeva conoscenza. Si alzò girandosi verso la porta. I ragazzi erano lì che guardavano la scena allibiti.

Cosa fate lì impalati, datemi il telefono.

Chiamò l'ambulanza e disse loro che la moglie si era sentita male ed era priva di coscienza. Quando arrivarono la presero e la portarono giù in barella, andarono di corsa all’ospedale. La diagnosi era di esaurimento nervoso oltre ad alcune contusioni prese ovviamente dalla caduta. Doveva rimanere in ospedale per un po' di tempo.

Appariva denutrita, fegato in affaticamento, una forte crisi nervosa. Quando si svegliò, accanto a Serena c'era la madre che piangendo le domandava cosa fosse davvero successo. Serena piangeva ma non riusciva a parlare. Arrivarono i bambini con il padre, salirono sul letto per abbracciarla. Lei aveva lo sguardo fisso in alto e quando entrò il marito cominciò a tremare.

La madre disse che era meglio che tutti uscissero perché Serena doveva riposare.

Le chiese di nuovo: cosa c’e’ che non va?

Serena la guardò e disse: la mia vita non va.

La madre le prese la mano promettendole che l'avrebbe aiutata. Chiamò uno psicologo che all’insaputa del marito andava a trovarla due volte al giorno, quando nessun visitatore poteva entrare. Dopo due settimane era riuscita a esternare il suo malessere, dire la verità e acquisire il coraggio di denunciare il marito. La legge avrebbe avuto di sicuro un decorso lungo e problematico poiché doveva indagare su un processo di annientamento psicologico culminato con una violenza fisica, ma era l’unica cosa da fare per andare avanti. Da quel momento, al marito venne impedito l'accesso all’ospedale e un avvocato si prese a carico la separazione.

 

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venerdì 11 novembre 2022

Giulia

 C’è un momento che devi decidere: o sei la principessa che aspetta di essere salvata o sei la guerriera che si salva da sé…Io credo di aver già scelto…Mi sono salvata da sola.

Marilyn Monroe



Giulia ha una bella famiglia oggi. Un marito premuroso, una figlia dolcissima, un cane divertente, un buon lavoro. Il suo presente è denso di impegni che non la spaventano, li affronta giorno dopo giorno con la pazienza di una madre e l’entusiasmo di chi ama la vita. Il sabato è il giorno perfetto: tutti insieme a far colazione, un gioco nel prato per l’amata cucciola, rientro a casa dopo la spesa per preparare una bella cenetta, con sosta in videoteca per prendere un film da guardare a luci soffuse. 
Per lei quella vita era la cosa più bella, non avrebbe potuto immaginare di riuscire ad averne una così: serena, completa, magica. 
La sua infanzia sembrava non aver avuto ripercussioni sulla sua vita. La sua famiglia era a dir poco borghese, con forti radici cattoliche e molto in vista nel piccolo paese di provincia. Madre casalinga e padre avvocato. Lo studio del padre era il più famoso in città e lavorava anche con l'estero. Lui si aspettava un maschio da inserire come suo discepolo ma il destino aveva concesso loro una figlia femmina e nessun altra occasione per riprovare. A causa di questo Giulia venne cresciuta con una severissima educazione, mirata a formare la più importante avvocatessa della città, di condotta morale esemplare, di modi eleganti e di cultura elevata.  
Non le era consentito fare quasi nulla di quel che facevano i bambini della sua età, non le era concesso svago: niente parchetto al doposcuola, niente corse nei campi, niente case abbandonate da esplorare. La scuola, i compiti, le attività extrascolastiche e quelle domestiche, non c'era spazio per altro. 
Il padre non aveva mai parole tenere e confortanti ma al contrario sempre severe e mortificanti. Giustificava questo suo comportamento con un nome "disciplina ferrea" che secondo lui era l'unica carta da giocare per crescere un figlio che rispetti i genitori e si inserisca bene nella società. Una disciplina basata sul regime del terrore e della severità, nonché sulla continua mortificazione e svilimento di ogni cosa riuscita bene, mettendo Giulia in un continuo deficit di autostima e spingendola a lavorare sempre al massimo per conquistare gli obiettivi del padre.
Erano rare le volte in cui doveva subire rimproveri, essendo studentessa modello, ma quando capitava di aver preso un brutto voto a scuola,  Giulia doveva subire l'ira del padre che poteva essere verbale ma anche fisica a seconda dell’umore.  Quando questo accadeva la madre non era mai presente, trovava ogni scusa possibile per uscire da casa. Rientrando si rifugiava nel silenzio, non chiedeva e non voleva sapere e lasciava che la vita continuasse . Quando faceva il bagno a Giulia e vedeva i segni rossi sulle gambe o sulla schiena li ignorava,  senza nemmeno preoccuparsi di alleviarle la sofferenza con qualche unguento. 
Giulia però non era l’unica a subire. 
Capitava che ci fossero discussioni la sera, quando il padre rincasava e si trovavano a cena. Capitava pure che alzassero la voce. Giulia non alzava mai lo sguardo e puntualmente quando la discussione si faceva troppo animata il padre le intimava di andare in camera, incurante se avesse finito o meno di cenare e lei senza fiatare spostava la sedia e silenziosa se ne andava in camera chiudendo la porta alle spalle. Si infilava sotto le coperte con il cuscino sulla testa e gli indici pigiati su quel punto dell'orecchio che non fa sentire e se ne stava lì, recitando silenziosamente la poesia che sua nonna le cantava sempre quando aspettava l'autobus: il vento. Quello era il suo modo per cancellare dagli occhi quello che la mente le suggeriva stesse accadendo nell'altra stanza.  Così fuggiva nel suo mondo, un mondo fatto di colori, sorrisi, musica e natura le cose che e in assoluto amava di più.
La nonna era morta poco prima dei suoi quindici anni e Giulia aveva preso molto male la sua assenza. Era l'unico colore che c'era nella sua vita, l'unico affetto caldo e sincero che manifestava la sua presenza. Ripensare a lei, ricordarla la faceva sentire bene, amata. 
I giorni successivi a quegli eventi trascorrevano nella più totale indifferenza:  silenzio tombale alla presenza del padre e quando le capitava di rimanere sola con la madre, non si accennava per nessun motivo all'accaduto. 
Giulia cresceva in quel clima austero fatto di cose non dette, di omertà e di patimento . Cercava di essere sempre perfetta, in modo da non dover incontrare le mani del padre e pregava perché non vi fossero discussioni. 
Le attività extrascolastiche, fuori dai corsi di musica classica che amava o di danza che odiava, erano ricomprese unicamente nell'ambiente parrocchiale vista la natura della sua famiglia, per cui Giulia provò in quell’ambito a dedicarsi anima e corpo per stare il più possibile fuori da casa.
Iniziarono anche le prime conoscenze con l’universo maschile ma Giulia sapeva bene di non poter stringere amicizie che non fossero valutate ed approvate dal padre. 
Fece i campeggi estivi, entrò nel coro, organizzo le sagre estive: tutte queste cose contribuivano a farla rimanere impegnata senza pensare a ciò che accadeva in casa. 
In realtà Giulia benché nutrisse forti dubbi sul tipo di educazione che le dava suo padre e sul rapporto che lui aveva con la madre, non aveva mai messo in dubbio il modello educativo della famiglia e perciò non lo aveva mai confrontato con quello di nessun altro: prima cosa per evitare che la gente parlasse alle loro spalle e poi perché aveva, o doveva avere, rispetto dei genitori.
Pian piano il tempo passava e giunto il momento dell’università discusse con la famiglia la possibilità di accedervi. Il padre che nutriva grandi aspettative su di lei, le impose di iscriversi a giurisprudenza, anche se lei non era molto convinta per il bene di tutti iniziò quegli studi. 
L'università le piaceva e soprattutto le piaceva il clima di confronto e di discussione che aveva con i suoi coetanei durante le lezioni, in particolar modo con Gabriele, un ragazzo che aveva visto durante una lezione. 
Gabriele era uno spirito libero si vedeva da come affrontava la vita, non si curava di nulla rispetto agli altri studenti, quello che gli interessava non era fuori ma dentro la testa delle persone e si nutriva di quello per sopravvivere. Un giorno al termine di una lezione la fermò e le chiese se volessero prendere un caffè insieme. Giulia che prima di allora non aveva mai ricevuto un'attenzione di quel tipo, impegnata come era negli studi ma soprattutto attenta a proseguire il suo percorso di "specchiata condotta morale", accettò attirata fortemente da quel ragazzo che le faceva respirare un'aria diversa. 
Quel giorno rimasero a parlare a lungo: comprese che lui veniva da una famiglia normale che faceva molta fatica a reggergli l'università, lavorava in un bar nel weekend per arrotondare, amava la natura e dipingere, appena poteva infatti scappava sulle colline per fissare sulla tela le sfumature di verde baciato dal sole. Voleva intraprendere la carriera di avvocato non per diventare ricco ma per esercitare presso una Onlus che si occupava di tutela legale per persone disagiate. Non credeva e anzi aveva una pessima opinione delle persone devote alla religione perché secondo lui sono ottenebrate da una grande truffa che raggira e plasma a proprio favore. 
E tu? Cosa mi racconti di te?
A quella domanda Giulia rimase impietrita, lei rappresentava praticamente tutto ciò che lui non amava, in pratica la sua antitesi. Per un attimo rimase zitta ma poi decise di dirgli la verità, un valore sano in fondo i suoi genitori lo avevano insegnato. 
Beh vedi io sono esattamente il contrario di te, mi sono iscritta qui per volere di mio padre che ha uno studio in centro, la mia famiglia è estremamente cattolica ed io ho sempre frequentato quell'ambito da quando sono nata, amo la musica e ho studiato piano e violino. Una cosa in comune ce l'abbiamo: l'amore per la natura, quello sì. Bene e ora che so già che non vorrai rivedermi ti saluto qui, è stato bello conoscerti.  

Ehi ehi quanta fretta. Cos'è ti sostituisci al mio pensiero? Guarda che lavora benissimo da solo. Vedi tra i miei tanti pregi disse sorridendo io non ho pregiudizi e so benissimo che tu non sei come la tua famiglia. Si vede dalla luce che hai negli occhi. E' solo che sei cresciuta lì e hai fatto come potevi per arrivare fino ad ora. Ma adesso che mi hai conosciuto le cose cambieranno. 

Giulia arrossì. Gabriele era sicuro di sé quando pronunciava quelle parole, ma non aveva ancora conosciuto suo padre. 

Che c'è non ti fidi? Te lo concedo ma  ti invito a riflettere su questo incontro, per me è stato magico. La vita ci mette sempre di fronte nuove sfide e vuole che combattiamo per noi e per essere felici. Questa è un'occasione che ti ha dato, non sprecarla. Ci vediamo qui domani se ti va. Ciao

E così dicendo se ne andò sulla sua bici scassata. Giulia aveva il cuore leggero, era inebriata, si sentiva bene. Quella sera andò a casa e non chiacchierò molto. Voleva trattenere tutte quelle parole, quelle sensazioni dentro di sé senza che venissero intaccate da altro. 

Sei di poche parole Giulia? Cosa c'è qualcosa che non va? disse la madre. 

No no tutto benissimo. Perdonatemi ma non ho molta fame. Vado di là che devo studiare. 

Ecco brava. Vai pure. disse il padre alzando a malapena lo sguardo. 

L'indomani Giulia aveva solo un unico pensiero. Tornare in quel magico caffè dove si erano conosciuti. 
Finite le lezioni si precipitò e lui era là al bancone ad attenderla. 

Ah allora hai deciso di fidarti? disse con un sorriso

Adesso vediamo, però devo dire mi hai colpita con la storia della felicità disse Giulia. 

Continuarono la conversazione con una passeggiata nel parco dell'università vicino al fiume e si sedettero su una panchina a vedere i germani reali che portavano i piccoli a spasso. 

Guarda come sono premurosi con i loro cuccioli, devono stare sempre attenti, avere mille occhi. Hai presente quanti predatori ci sono tra aria e acqua? Eppure loro li incoraggiano ad andare, a buttarsi nella vita e ad affrontarla. Noi essere umani non siamo così. I nostri genitori spesso con le loro paure o con quelle che hanno creato per noi non ci permettono di andare. Ci fanno rimanere incastrati in errori o paure che non sono nostre e intanto la vita va avanti. 

Giulia si sentì tirata in causa. Sentiva che lei era una di quelli di cui parlava. Sentiva l'esigenza di vuotare il suo cuore e non capiva come potesse in così poco tempo provare questa sensazione. Voleva dirgli tutto, alleggerirsi ed essere nuova, senza pesi che la tiravano a fondo. 

Hai proprio ragione. Vedi Gabriele è da pochissimo che ci conosciamo e questa è già la seconda volta che ti dico che presto non ti vedrò più. 

Ma come?! L'hai detto una volta sola ed oggi sei qui. Me lo vuoi dire ancora?!

Eh sì vedi, non so che mi succede ma sento l'esigenza di raccontarti alcune cose. E stavolta son sicura che ascolterai ma poi vorrai andare. 

Ma va, va. Tu inizia e poi ti dico io. disse con un sorriso rassicurante Gabriele. 

Così Giulia, in quel pomeriggio cullato dal fruscio dell'acqua, raccontò la sua storia a Gabriele, per la prima volta nella sua vita decise di aprirsi con una persona che aveva catturato la sua fiducia. Gli raccontò della sua infanzia e della sua famiglia, di quel padre austero che non l'aveva mai lasciata libera, di quel padre che l'aveva imprigionata nella vita che avrebbe voluto per suo figlio, di quel padre che talvolta alzava le mani su di lei e su sua madre. 
Gabriele al termine del suo racconto si alzò. 

Allora te ne vai? Vedi che avevo ragione?

Scusami Giulia ma devo muovermi, devo respirare. Ho bisogno di bicicletta. Ti prometto che domani sarò di nuovo qui ma ora ho bisogno di andare. 

La baciò sulla fronte e se ne andò. 
Giulia rimase ancora un po' lì ad ascoltare il fiume mentre il suo viso veniva rigato dalle lacrime, certa di aver perso quello che avrebbe potuto essere il suo grande amore. Rientrò nel tardo pomeriggio a casa. 

Giulia oggi non dovevi andare a lezione? disse la madre. 

Era mercoledì e lei si era completamente scordata. 
Eh purtroppo sono rimasta in facoltà, c'era un convegno e il professore aveva richiesto la mia presenza. 
Ho capito ma almeno potevi chiamare per disdire, sarebbe stato un gesto di cortesia non credi?!

Si mamma, hai ragione chiamo subito per scusarmi e si rintanò in camera. 

Il giorno dopo andò in facoltà certa di ritornare alla sua vecchia vita, quella prima di quel pomeriggio di libertà e invece con sua grande sorpresa Gabriele l'attendeva proprio davanti al cancello. Il cuore le batteva forte e incalzò il ritmo del suo cammino per giungere da lui. 

Ciao, che sorpresa vederti gli dice prontamente. 

Ciao! Ti avevo promesso che sarei tornato no?! e le stampò un bacio sulle labbra a cui seguì un intenso abbraccio. 

Giulia rimase ferma immobile. Aprì gli occhi e lo guardò. Era felice di quel bacio tanto da rendergliene un altro, incurante di tutto e tutti.

Giulia ti offro un salto nel vuoto! disse Gabriele. 

Cosa vorresti dire? 

Quello che mi hai raccontato ieri mi ha profondamente scosso, sai. Da ieri non faccio che pensare a tuo padre e a come abbia potuto fare quello che mi hai detto e dentro mi cresce una rabbia immensa. 

Giulia abbassò lo sguardo. 

E' da molto che non succede più, il tempo cura le ferite. 

Che fai lo giustifichi? Io non posso accettare che un genitore o un marito usi la violenza per farsi rispettare. Mi spiace sia tuo padre ma se fosse il mio me ne sarei già andato. Sei una persona intelligente e non capisco come tu abbia potuto rimanere con loro. 

La fai facile tu.

No, Giulia non la faccio facile Gabriele si scurì in volto nessuno ha detto che lo è. Credo però che ognuno di noi abbia un dovere verso la vita: fare tutto ciò che può per essere felice. Per farlo abbiamo bisogno di essere liberi, liberi da vincoli familiari, da pregiudizi, da costrizioni. Non avresti dovuto accettare il futuro che ti veniva cucito addosso perché tu hai diritto di scegliere ciò che desideri per te. 

Giulia scoppiò a piangere. 

No non devi piangere, anzi devi reagire se veramente senti che stai sbagliando. Ci sono persone che in una vita intera non si accorgono nemmeno di subire la vita. Tu sei riuscita a svegliarti da questo sonno ed ora sta a te. 

Ma io cosa vuoi che possa fare contro mio padre? contro la mia famiglia?

Ancora non capisci, non è questione di fare qualcosa contro ma di fare qualcosa per te. Giulia tu mi piaci ma mai e poi mai potrei entrare nella tua famiglia. Per cui te lo dico ora, se vuoi iniziare qualcosa con me sappi che io non sarò quel fidanzato che i borghesi considerano "perbene" che va vestito elegante a pranzo dai suoceri la domenica, dopo essere andato a messa e a prendere le pastarelle. Immagino che tuo padre abbia una specie di decalogo per le caratteristiche che dovrebbe avere il tuo ragazzo ed io immagino, di non possederne nemmeno una e dico per fortuna. Quindi stare con me non potrà far altro che metterti in cattiva luce di fronte ai suoi occhi. Io non voglio cazzate come queste, io voglio stare con te tranquillamente e alla luce del sole. Ora, per la prima volta nella tua vita, fai una scelta!  

Giulia ancora non sapeva come sarebbe riuscita guadagnarsi la sua libertà ma sentiva che voleva stare con quel ragazzo, voleva conoscerlo, vedere i suoi pensieri. 

Servirà un po' di tempo per .... disse Giulia. 

Ti fermo subito, non dire nulla. Io non voglio parole ma fatti. Devi dirmi se lo vuoi veramente?

Giulia si fermò un attimo e con un respiro disse di sì.
Si baciarono a suggellare la loro promessa e si lasciarono prima di entrare a lezione. Giulia pensò tutto il giorno a quello che Gabriele le aveva chiesto. Non pensò a come fare a dirlo al padre ma si limitò a pensare che voleva vivere quella relazione in piena libertà
La sera a cena decise di parlare con i suoi genitori dicendogli che aveva conosciuto una persona e che voleva frequentarla. Suo padre alzò gli occhi e disse: 

Intanto prima mi devi dire chi è e poi decido io se va bene o no.
No papà, non ti dirò chi è. Devi imparare a fidarti di me. A me piace e questo dovrebbe essere sufficiente.. 

Il padre scoppiò in una sonora risata e disse:

E' un gioco vero?

No papà affatto. E te lo dico ora: se per qualche motivo mi impedirai di vederlo io me ne andrò. 

Il padre visibilmente scosso si alzò e fece per andare da lei, ma lei si alzò di scatto

Fermati. Non sono più una bambina, non puoi più trattarmi come allora. Questa è la mia decisione. 

Tu non sai quello che dici. Sei impazzita? Tutti questi anni per farti diventare una persona rispettabile ed ora perdi la testa per il primo che capita. Non te lo permetterò.
Giulia esclamò: Papà basta questa è la mia decisione. 

Il padre preso da un impeto d'ira la schiaffeggiò davanti agli occhi bassi della madre e Giulia anziché chinare lo sguardo alzò il viso e lo guardò negli occhi con gesto di sfida. 

Questo è il massimo che sai fare? Ma non saranno le botte a farmi cambiare idea papà, ora la mia vita la scelgo io.

Questo lo vedremo, se decidi di frequentarlo qui non c'è più posto per te e ovviamente i fondi verranno automaticamente tolti. Non avrai più un centesimo e nessun aiuto da parte nostra.
Perfetto, siamo d'accordo e così dicendo se ne andò nella sua stanza, chiudendosi a chiave per paura di essere raggiunta.

Durante la notte non dormì un momento ma pianificò tutto: inviò alcune mail per trovare un posto letto vicino all'università e si appuntò i numeri di telefono; preparò silenziosamente le sue cose in alcune scatole, nei giorni successivi avrebbe pensato all'armadio. Se ne voleva andare il prima possibile per dimostrare alla sua famiglia che era quello che voleva. L'indomani venne contattata da una ragazza che cercava una coinquilina e a mezzogiorno già aveva appuntamento per conoscerla. Gabriele la chiamò subito dopo: 

Allora come è andata? Hai ancora una casa? disse sorridendo.

In realtà ne ho una nuova da qualche ora. Domani porto la mia roba.

Ma è il risultato della conversazione con i tuoi genitori?

E' il mio salto nel vuoto! 

Sono felice per te, così si fa! Hai preso in mano la tua vita!

In serata tornò e si chiuse in camera, preparò tutto valigie, libri qualche ricordo. Era pronta. 
Il fattorino sarebbe andato il giorno dopo quando il padre e la madre erano fuori casa e avrebbe preso tutta la sua roba. Quella mattina uscendo di casa si guardò alle spalle, alzò lo sguardo per incontrare quello della madre che silenziosa attendeva di poterla salutare prima dell'università, come ogni giorno. 
Ciao mamma, voglio dirti che ti voglio bene ma non farò la tua fine. Io voglio essere libera di vivere la mia vita e soprattutto voglio stare con una persona che mi rispetta, che mi stima e che non ha bisogno della violenza per tenermi stretta.
e si chiuse la porta alle spalle.

Quella fu l'ultima volta che si videro, Giulia aveva scelto.

martedì 15 settembre 2020

Ippocrate

Occhi al soffitto mentre tutti nel lettone dormono. La finestra invade di luce blu intermittente la stanza, mentre un fragoroso suono fa sussultare la piccola al mio fianco che si accovaccia tranquilla appena terminato il suono funesto. 

Da quando questo isolamento è iniziato, si sentono un sacco di ambulanze ed è davvero deprimente. Ogni notte si alza la frequenza e probabilmente sono quelle che non mi fanno dormire. 

Ho un senso di angoscia che mi chiude la gola, Un sentimento a cui non ero abituata e che faccio fatica a gestire. Quando mi sveglio, dopo pochi minuti, la mente torna lì e provo un senso di claustrofobia, quasi questa situazione assomigli ad un tunnel senza uscita, senza soluzione. Ogni mattina mi chiedo di essere positiva, impegno la mia mente su pensieri semplici: giochi da fare con le bambine, organizzazione della spesa online nei negozi del vicinato, cosa cucinare nella giornata e mi metto subito al lavoro. Penso sia una terapia antistress, tenermi occupata il più possibile per non pensare. Verso la fine della giornata però attaccata da social, notizie in televisione, discussioni fatico a ritrovare la stessa positività che mi ero imposta.

Questo momento ci sta mettendo alla prova: ci ha dimostrato che stavamo andando nella direzione sbagliata. Fagocitare giorni, mesi, anni senza farci nessuna domanda, avere tutto e subito con ogni mezzo possibile senza interrogarci mai sull'origine delle cose, sulla loro costruzione. Pensavamo di poter controllare il tempo pianificando ogni dettaglio. I rapporti umani non erano più il nostro interesse anzi, si costruiva giorno per giorno la diffidenza verso l'altro.

Oggi questa emergenza ci ha chiamati a riavvicinarci, a pensare all'esistenza dell' altro e al suo bene, oltre che al bene comune

Guardo le mie figlie, il loro sonno, chissà dove sognano di essere, mi auguro molto lontane da qui. Mai avrei pensato di farle attraversare un momento storico come questo. Ormai sono venti giorni che sono in casa ma sembrano gestire comunque bene la situazione. La più grande fa qualche domanda ma sembra accontentarsi della mia risposta "c'è fuori qualcuno che ha sparso un semino che fa venire tanta febbre e siccome noi non vogliamo andare dal dottore dobbiamo stare tutti in casa". L'innocenza dei bambini, la loro capacità di adattamento sono le loro armi più potenti. 

Domattina tocca a me cominciare. 

Ho paura, non so cosa mi attende. Sconfiggere questo male è impossibile, la velocità con cui miete vittime è impressionante. Ho paura sopratutto per la mia famiglia. Non potrò vedere le bambine per molto tempo. Quanto mi mancherà abbracciarle sentire il loro odore, vedere i loro sorrisi.  Potrei fare il tampone la sera prima di andare a casa ma ad oggi, questi maledetti esami sono possibili solo per .... neanche lo so per chi. In ospedale non hanno nessun interesse a farli perché altrimenti noi medici, dovremmo stare a casa e dopo chi li cura i pazienti covid, non certo quelli che sono al governo. Che schifo, non voglio farne una questione politica ma vorrei solo poter lavorare senza dover preoccuparmi per me ed i miei cari.

Se penso a quanti di noi per un po' di mesi vedranno solo una stanza di casa e l'ospedale, ogni giorno, senza sosta, senza sorridere, senza sdrammatizzare. Circondati da persone che annegano, nel vero senso del termine, che hanno necessità di un respiro, ma più di tutto di una carezza, un conforto umano, dell'abbraccio dei loro cari.

Se penso a quanto può essere dolorosa la solitudine, soprattutto in procinto di morire. 

La mia promessa nell' essere medico è quella di aiutare chi soffre, di dare sollievo al dolore, di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona.

Mai come oggi sarà difficile fare questo. Questa è una battaglia ad armi impari. Questo nemico è molto forte e non ha pietà. La nostra società non era pronta, lo ha dimostrato l'incredulità che regnava sovrana ai primi accenni di problema sanitario, al punto di non voler accettare la sua potenza, credendo di poterlo sfidare.

Ora è ovunque. 

E' un fottuto dio selezionatore, colpisce maggiormente i deboli ma in realtà ha già dimostrato che sceglie lui le sue vittime e lo fa alla velocità della luce.

Vorrei che la mia presenza in corsia fosse risolutiva, anche solo per salvare una vita in più. Domani toccherà a me, andrò in ospedale per fare del mio meglio. Nn credo in Dio ma credo che possa esserci un karma che in se non in questa vita, mi ripagherà prima o poi..

Sono le 5:00 manca una sola ora sola alla prima trincea della mia vita. 

Penso a quando ho inventato una scusa per non andare a quella cena con gli amici, più per pigrizia che per altro, combattere con il confort di una routine che mi consente di avere le bimbe addormentate alle 22 solo questo.

Ora invece vorrei vederli tutti gli amici, brindare con loro, scoppiare a ridere, abbracciarli .

Vorrei andare a fare colazione al bar, sentire il profumo di brioche e leggere il giornale in mezzo ai primi commenti di un giorno qualsiasi.

Vorrei andare con le mie figlie a fare spesa, divertendoci a scegliere le cose più disparate.

Vorrei andare a cena con mio marito, in un ristorante etnico e mangiare con le mani. Stare seduta sulla panchina di una piazza affollata ad ascoltare un artista di strada suonare le sue canzoni e piangere per tanta bellezza. Vorrei viaggiare e continuare a conoscere il mondo, così straordinario. Quante cose che facevamo ogni giorno e che ora sembrano così grandi e irraggiungibili. Questa è la dimostrazione che non bisogna mai aspettare a fare le cose, a volte occorre vincere la nostra faticosa routine per sentirsi vivi.

E' ora di accorgersi di noi e del mondo, ora di riappropriarsi della propria umanità e spenderla al servizio degli altri, ora di amare con profondo impegno.

Drin drin

Ecco la sveglia, la mia guerra inizi oggi. 

dottoressa con mascherina





 



mercoledì 11 aprile 2018

#noviolenzasulledonne #donne

Ogni giorno si sentono storie di donne che subiscono violenze, che sono vittime del senso di possesso di uomini meschini o che non si arrendono al rifiuto. La totale perdita di autostima e dignità, l'isolamento, la dipendenza economica, la paura e la vergogna: vivono come oggetti di proprietà che devono rimanere sempre al loro posto e non fiatare. Alcune trovano il coraggio di denunciare grazie ad un amor proprio ritrovato o grazie all'aiuto di qualcuno, altre invece rimangono nell'ombra e vivono la loro vita nella totale assenza di felicità, convinte che l'abisso in cui si sono ritrovate a vivere è in fin dei conti ciò che si meritano. Perché è questo che succede quando si vive sul fondo: man mano ci si abitua e si crede che quello, sia il massimo che si può raggiungere, il miglior modo in cui poter vivere. 
prefazione di RITRATTI DI DONNE - Elisa Capitani

martedì 21 novembre 2017

#bookcity #storiedicarta

Che bello passeggiare sotto i grattacieli a Milano e fermarsi alla casa dei libri per ritirare il volume che contiene la tua storia. Una soddisfazione grandissima e averci portato nostra figlia lo ha reso ancor più speciale. #kasadeilibri #storiedicarta #comieco #milanoplacetobe #bookcity




lunedì 11 settembre 2017

#kabul

....Non hai mai visto brillare la rugiada del mattino, ascoltato il volo di una farfalla?
Che esistenza la tua, se non hai potuto godere di questi immensi doni.

E tu, tu hai mai sentito le bombe cadere vicino a casa tua? Hai mai dovuto seppellire tuo padre?

Io non so quanto la vita possa essere delicata perchè nella mia esistenza tutto è stato violento, scuro, doloroso. Il solo ricordo a cui mi aggrappo è l'odore del pane, quello che faceva mia nonna, nel forno del villaggio. Quel ricordo è per me una luce, un luogo confortevole della mente dove rifugiarmi quando tutt'intorno, l'oscurità, guadagna terreno.

mercoledì 24 maggio 2017

#Manchester

Suonano alla porta. Finalmente! E' Veronica con sua madre che mi è venuta a prendere. Non vedevo l'ora. Un'ultima occhiata alla specchio, prendo lo zaino, il bandana e sono pronta. Scendo le scale e saluto al volo mia mamma che in cucina sta preparando la cena.
"Ciao mamma, io vado".
"Aspetta che esco anch'io a salutare la mamma di Veronica".
"Sì però fai presto che arriviamo tardi".
Apro la porta e mia mamma dietro. Scendiamo i gradini e ci avviciniamo all'auto. Veronica mi apre la portiera esibendo il suo sorriso più grande.
"Sei pronta?!"
"Certo che domande, sono due mesi che aspetto"

La data del concerto era stata fissata molto tempo prima: fu difficile convincere i miei a comprare il biglietto e lasciarmi andare. La mamma di Veronica aveva giocato un ruolo fondamentale quando decise di accompagnarci. Disse che non avrebbe mai voluto farci perdere un concerto perché lo considerava quasi un battesimo alla vita da teenager. Mia madre fu più rigida ma non riuscì a trovare nessuna motivazione valida per impedirmi di andare. Buoni voti a scuola, nessun colpo di testa: una figlia esemplare.
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Sento il sudore che mi cala dalla fronte, lo sento scendere anche sulla schiena nonostante la striscia adesiva che mi cinge il busto. Ho difficoltà a muovermi a causa del mio trasporto eccezionale. Seduto sul seggiolino del treno, accanto a queste persone che non sento fratelli, la mia vita corre veloce verso l'obiettivo. Entra nello scomparto una donna, somiglia molto a mia sorella. Porta il chador sui capelli ma è vestita all'occidentale.
"Salve, posso sedermi qui?" dice guardandomi.
Non avrei voluto compagnia ma il treno era pieno e io occupavo il sedile con la valigia.
"Ehm..va bene" faccio io, spostando il borsone delicatamente sul portabagagli sopra la mia testa.
"La ringrazio, vorrei sedermi un attimo prima di arrivare, perché una volta lì dovrà stare in piedi per più di quattro ore"
Non avevo nessuna intenzione di iniziare una conversazione. Dovevo rimanere concentrato e ripassare tutti i punti, per non sbagliare.
"Mi aspetta mia sorella in stazione. Sarà così euforica, è da due mesi che aspetta questo giorno" fa la donna.
Le accenno solo uno sguardo di circostanza, nessuna domanda sperando che non vada oltre nella conversazione, ma lei sembra non capire.
"E' bello vivere in una città dove vengono a suonare le star internazionali, ti fa sentire un pò al centro del mondo"
Da lì deduco che non ha capito che non voglio parlare ma sopratutto, comprendo che siamo diretti nello stesso posto.
"Va al concerto?" le chiedo.
"Sì" fa' lei sorridendo.
Non riuscirò mai a capire cosa possa scattare nella mente di queste persone. Vanno a vedere una ragazzetta  quasi nuda che non ha rispetto nè per Dio nè per la sua famiglia. Si mette in mostra davanti a folle adoranti di ragazzini che contribuisce a plagiare e corrompere. Le donne dovrebbero stare a casa ad aiutare la famiglia invece che andare a perdere tempo. Somiglia davvero tanto ad Aisha. Per un attimo il pensiero torna al villaggio e alla famiglia lasciati con la promessa di servire il popolo e la parola di Dio, per un futuro migliore da dare alle generazioni che verranno. Lontani dal peccato e dall'arroganza dell'Occidente.
"Tutto bene?" chiede la donna
"Sì certo, però se non le dispiace vorrei rimanere in silenzio".
"Le chiedo scusa"
"Non si preoccupi" le dico sistemandomi più dritto sul sedile. Finalmente ora starà zitta, tra poco siamo arrivati.
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"Ciao Laura, ancora grazie per tutto questo" disse mia madre affacciandosi al finestrino dell'auto.
"Ma di ché. Avresti fatto lo stesso. Ti ricordi quando ai nostri tempi si smaniava per andare a vedere i Duran Duran?! I miei mi hanno sempre detto no e appena ho potuto decidere per me, non ho mai perso un concerto. Sono esperienze necessarie. Sono emozioni."
"Sei troppo romantica. Ma hai presente che delirio ci sarà?"
"Eh va bè siamo a sedere. Posti numerati. Meglio di così. Sarebbe stato peggio in prato!"
"Allora mamma andiamo?! E' tardi!" ammonisce Veronica sporgendosi ai sedili davanti.
"Si dai mamma lasciaci andare" faccio io.
"Ok ok, andiamo, via".
"Mi raccomando fai la brava e tieni sempre d'occhio loro, mi raccomando. Divertitevi".
Mia madre finalmente si congeda. Laura accende l'auto ed esce dal vialetto.
Arrivati vicino all'arena  parcheggiamo incredibilmente abbastanza vicino per vedere la gigantesca struttura che ospitava l'evento. Ero emozionatissima. La prima volta che vedevo uno spettacolo del genere, nemmeno potevo immaginare cosa ci aspettava. Il cuore in gola e felicità alle stelle.
Ci incamminiamo e incrociamo tantissime ragazze che come noi avevano gadget, scritte sul viso o striscioni con su il nome di Ariana.
Un gruppo più in là intona ......bout you makes me feel like a dangerous woman.....
Somethin' 'bout, somethin' 'bout, somethin' 'bout you....rispondono da dietro.
Che adrenalina! Arriviamo al controllo biglietti e ci attende la fila.
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Il treno è in arrivo alla stazione. Mi alzo e prendo il borsone. La ragazza si alza, per un attimo le nostre braccia si sfiorano.  Mi guarda e accenna un sorriso.
"Buona serata"  mi dice.
Mi volto appena e le faccio un cenno.  Sento che borbotta qualcosa andandosene.
Scendo dal treno e mi confondo tra la folla, cercando di visualizzare la fermata del bus che devo prendere. Non sarà difficile sono tutti diretti là.
Mi fermo agli sportelli automatici e prendo un biglietto. Mentre metto via i soldi uno mi urta con lo zaino mentre correndo si dirige verso la fermata. Sì corri pure. 
Trovo un bar con i tavoli esterni. Mi avvicino al bancone e ordino un thè, prima di trovare posto ad un tavolo. Pago e mi siedo in attesa della bevanda.  Mi giro per vedere la marmaglia che sta salendo sull'autobus, il colore bordeaux del chador di quella ragazza spicca in mezzo alla moltitudine di teste.  Arriva il mio thè.
"Scusi l'attesa" dice la cameriera porgendomi tazza e teiera.
"Non si preoccupi ho ancora tempo" rispondo io.
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Prima di entrare ai tornelli ci controllano lo zaino. Apro il mio, Veronica il suo. C'è una bottiglietta di acqua che il militare provvede a stappare e a restituirle.
"Si ma ora come faccio, mamma!"
"Eh piccola serve per evitare di buttarla in testa a qualcuno, dai vai avanti, dentro ci sono i bar"
Prendo Veronica e la invito ad avanzare. Davanti a noi una fila interminabile di gradini che conducono all'interno dell'arena. Il cuore batte forte mentre a passi lunghi saliamo.
"Ragazze un pochino più piano non riesco a tenervi dietro" Dice Laura annaspando.
Arriviamo all'ingresso: davanti a noi si apre uno spettacolo incredibile. Il palco è gigantesco con una enorme pedana che si estende fino al centro. Non riusciamo a trattenerci: io e Veronica scoppiamo in un urlo di gioia e ci mettiamo a saltare.
"Wow" esclama Laura che ci raggiunge dopo qualche minuto "veramente impressionante".
Diamo un'occhiata alle gradinate e cerchiamo il nostro posto. Ora è solo attesa: un'ora che sembrerà lunga un secolo. Chiamo mia mamma.
"Mamma tu non puoi capire, non riesco nemmeno a spiegarlo. E' tutto gigantesco"
"Sono felice che ti piaccia. Mi raccomando fai attenzione e divertiti. Ricordati che ti voglio bene"
"Anch'io mamma, grazie.
Manca poco ormai. Le gradinate sono piene ed il prato si è quasi del tutto riempito. Una musica di sottofondo fa ballare tutti nell'attesa, ma il pensiero è per quando uscirà lei.
Ad un certo punto le luci di spengono ed un grido unanime e fortissimo si alza. Le luci si accendono di colpo ed eccola apparire su un'altalena al centro dell'arena. Inizia la musica! E' bellissima!
Io e Veronica ci guardiamo negli occhi: che bello essere lì insieme.
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Mi alzo dalla sedia, prendendo la borsa. Una sensazione di tremore prende le gambe. Mi fermo un attimo e respiro a fondo. Riprendo il cammino dirigendomi verso la fermata.
L'autobus arriva e salgo sedendomi in fondo. La ressa è finita. Guardo fuori dai finestrini la città che scorre. Non voglio pensare a nulla, ma insistentemente gli occhi di quella ragazza mi violentano. Strizzo gli occhi un secondo. Non vedo bene. Penso a mia sorella, ai miei genitori, sento l'odore di casa. Penso che tra poco sarò in pace finalmente e che loro saranno fieri di me, solo questione di tempo.
Prossima fermata Manchester Piccadilly
Eccomi arrivato. Mi dirigo verso l'arena. Il concerto è ancora in pieno svolgimento. Avrò il tempo di mimetizzarmi. Rimango un attimo fermo per verificare la posizione e mi incammino verso il punto stabilito.
ore 22.15: Controllo che tutto sia a posto e mi siedo a terra con le gambe incrociate. prendo la borsa e la tengo tra le gambe. E' molto pesante, ma ora non sento più nulla. Il tremore, la tachicardia sono passati. Sono calmo. Mi sento bene. Lo sto facendo per il mio popolo, per i bambini del mio villaggio e per la mia famiglia. E' ora di rispondere alla violenza con la stessa arma.
ore 22.25: Prendo tra le mani il telecomando e appoggio il pollice sul pulsante. Mi asciugo gli occhi.
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E' stato davvero bellissimo, un'emozione unica. Mi sento ancora frastornata dal volume e dall'agitazione. L'arena inizia a svuotarsi. Siamo davvero tantissimi. Sopratutto ragazzi della mia età. Penso a quanto è bello essere uniti da una passione e mi sento davvero fortunata a condividerla con la mia migliore amica.
"Allora ragazze come è stato?" chiede Laura.
"Davvero bellissimo mamma" risponde Veronica abbracciandola e ringraziandola di averci accompagnato.
"Che dite iniziamo a scendere?"
Ci mettiamo in fila e iniziamo a percorrere i gradini che ci portano verso l'uscita.
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ore 22.29: Addio Aisha, mamma, papà: vi voglio bene.
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Un boato enorme scuote il torpore della discesa. Sento urla e vedo la folla che inizia a correre nelle più disparate direzioni. Mi giro e non vedo più nè Veronica nè Laura.
Migliaia di persone corrono impazzite. Rischio di cadere. Il terrore si è impadronito della mia mente. Inizio a gridare "Veronica, Laura dove siete?" ma mi accorgo che c'è troppo caos perché mi possano sentire. Impietrita dalla paura mi fermo sul pianerottolo e d'un tratto sento qualcuno che mi prende la mano. Mi giro urlando e vedo Veronica e Laura in lacrime che mi abbracciano.
"Oddio pensavo che ti fosse accaduto qualcosa"
"No no sto bene. Ma cosa è successo?"
"Sembra ci sia stata un'esplosione fuori, ma ora usciamo avanti."
Ci teniamo strette per mano come se quella fosse l'unica cosa esistente al mondo in quel momento e scendiamo verso le porte. Sirene blu, poliziotti, ambulanze fuori è il caos più totale, ma noi non ci fermiamo decise a raggiungere la macchina. La vediamo è ancora nel parcheggio. Entriamo e scoppiamo in un pianto senza fine.
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Torna il terrore in Gran Bretagna, e torna nel modo più scioccante possibile: un attacco terroristico al termine di un concerto per giovani e giovanissime all'Arena di Manchester, il più grande spazio per il divertimento della città. Il bilancio delle vittime è di 22 morti e almeno 120 feriti. Tra i morti - fa sapere il capo della polizia di Manchester, Ian Hopkins - ci sono anche dei bambini. 

lunedì 9 maggio 2016

#mynewbook #comingsoon

L’amore può essere assimilato ad un quadro: con il passare del tempo perde brillantezza, i colori appaiono spenti dominati da tonalità scure, senza alcuna vividezza.
Si rimane pigramente a guardare senza far nulla, augurandosi che un giorno tutto torni come prima. Piano piano ci si stanca di aspettare, si smette di osservare in quella direzione e lo sguardo si rivolge altrove.

Accade poi che l’amore agisca da solo e si prenda lo spazio che merita: capita che accadano cose, quelle stesse cose che cambiano il corso degli eventi mutando radicalmente la storia.
Così si può solo scegliere: ricordarsi della bellezza di quel quadro e agire per farlo tornare allo splendore di un tempo oppure adeguarsi alla nuova realtà.

L’amore chiama ad una scelta ogni singolo giorno.


Questa è la storia di Alice: una donna protagonista del proprio cambiamento, che ha mutato se stessa sempre e solo attraverso le esperienze che vive sempre a pieno, rischiando di farsi male ma senza avere nessuna paura.
Una donna che ha raggiunto la felicità ma che non si rassegna ad una piatta linea continua, una che desidera vivere le emozioni.
Sconvolgerà la sua conquistata serenità per raggiungere una vetta ancora più alta.


L’inquietudine della stabilità

giovedì 28 aprile 2016

CANDY

Ci sono storie che viaggiano parallelamente a noi e che poi un giorno incrociano la nostra strada. Le vivi da dentro, ti senti coinvolta e provi a capire. Nel momento esatto in cui si condivide un affetto, il passato si mescola e si cercano risposte l'uno nella vita dell'altro. Da perfetti sconosciuti ad anime vicine, indipendentemente da tutto.
Non giudicare mai è la regola per mantenere viva la curiosità e il sentimento dell’umanità. Non siamo uguali: ognuno di noi attraversa momenti, situazioni, fasi che sono solo nostre.
Gli altri possono solo ascoltare, comprendere ed aiutare.
La vita è così meravigliosamente perfetta in questo.






Ma che bello che è qui!
Il giorno che sono arrivata non ricordo che tempo c’era, era già buio.
Eva, la mia nuova padrona, mi aveva caricata nel retro dell’auto quando mi venne a prelevare dal “CANILE”.
Mi ci aveva portata Sara la sera prima, ma c’ero stata altre volte nelle settimane precedenti.  Era un luogo molto grande: c’erano tante casette tutte attorno ad un prato. Non c’erano alberi ma tanti cani come me ed esseri umani gentili. L’unica cosa che non mi piaceva tanto erano le gabbie: i miei amici, me compresa, erano tutti rinchiusi. La maggior parte non aveva gabbie singole ma una unica per dieci cani anche e a vedersi non sembravano tanto calde.
Bè insomma quella sera che Sara mi portò lì mi accolse una ragazza molto dolce: mi fece un po’ di coccole e poi mi portò in una stanza dove c’erano altri cani, aprì una gabbia e mi disse di entrare. Chiuse lo sportello e mi disse “Ci vediamo domani mattina, Candy. Dormi bene” e spegnendo la luce se ne andò.
Mi accucciai sul fondo della gabbia e rimasi in silenzio mentre pensavo che mi mancava tanto la nonna Lucia.

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Entrai in casa in braccio a Laura.
Era stata lei a trovarmi poco distante dalla fabbrica della Candy e forse era per quello che mi diede quel nome. La casa era calda ed accogliente: quando Laura aprì la porta ricordo che disse “Eccovi. Dunque è questa la mia ospite?!”. Non so dire se fosse felice ma ricordo che la sua voce e il suo sorriso erano
rassicuranti.

Laura mi fece scendere ed io iniziai goffamente ad esplorare la casa.
Ad accompagnarci, Sara, la mamma di Laura: entrò con tutti gli accessori che a sentir loro mi sarebbero serviti: ciotola, crocchette, copertina, pallina da tennis e panni assorbenti. Portò tutto in cucina ed io la seguii.
Mamma queste cose te le sistemo qui nella credenza. La copertina l’ho messa nella cuccia in giardino” disse Sara a nonna Lucia, nell'altra stanza.
Ora Candy fai la brava e tutto andrà bene, ma ricordati che la nonna è anziana non farla agitare, ok?!” e mi accarezzò la testa mentre io scodinzolavo ai suoi piedi. 
In salotto nonna Lucia rassicurava Laura che mi sembrava un po’ triste “Vedrai che starà bene nella sua casetta. Sarà un po’ dura all'inizio ma sono sicura che le piacerà”.
Va bene nonna, se proprio non vuoi farla stare in casa.
Tesoro non torniamo sull'argomento, eravamo d’accordo: io la tengo ma alle mie condizioni. E quando vorrai venire ad aiutarmi sarai la benvenuta!” disse Lucia.
Sì ho capito, però quando siamo qui in casa lei sta con noi.” Disse Laura strappando un sorriso e prendendomi in braccio per accompagnarmi alla porta sul retro.
Era un giardinetto piccolo ma molto grazioso e vicino al muro, sotto alla finestra, c’era una casetta in legno con dentro una coperta. Laura mi mise dentro la casetta, sulla coperta e mi disse “Ecco Candy questa è la tua nuova casa, ti piace?. La mamma non vuole che stai con noi però non preoccuparti verrò spesso a trovarti e la nonna ti farà star bene, è una cuoca bravissima.” Le leccai la guancia e lei si ritirò dall'ingresso della cuccia, si alzò in piedi ed entrò in casa, chiudendo la porta.
Stetti sveglia per un pochino ad ammirare il mi verde e ad ascoltare i rumori della mia nuova casa. Pensavo ai miei fratellini e alla mia mamma, chissà dov'erano ora. Mi sarebbe piaciuto se anche loro avessero potuto stare qui con me: augurandomi che anche loro potessero aver trovato una situazione simile mi addormentai.
La mattina mi svegliai e andai subito alla porta sul retro. Non sapevo come fare a farmi aprire. Decisi di cominciare a guaire e a strofinare con le zampe la porta: magari nonna Lucia si sarebbe svegliata.
Bastarono due minuti. Sentii la chiave girare e nonna Lucia apparve dietro la porta:
Buongiorno Candy, dormito bene!?” Scodinzolai a più non posso e nonna Lucia mi disse “Entra che facciamo colazione
Andammo al tavolo. Una tazza di tà ed una biscottiera sul tavolo ed una ciotola per me ai piedi della sedia. Nella ciotola crocchette e pollo lessato. Il profumo era buonissimo e mi tuffai subito a mangiare mentre nonna Lucia consumava la sua colazione. Io finii in un attimo e rimasi ai piedi della sedia ad aspettarla e ad aspettare anche che qualcosa ancora per me ci fosse. Così mi prese e mi prese e mi fece accoccolare sulle sue gambe mentre mi diede un biscotto “Questo è il nostro piccolo momento, sarà un segreto” e mi baciò la testa.
Nel pomeriggio me ne stavo in giardino ma la porta era sempre aperta ed io potevo entrare ed uscire. Mi incuriosiva molto però il mondo oltre la siepe. Me ne stavo con il muso attaccato alla recinzione e da lì vedevo tante cose: macchine, motorini, gente a passeggio, cani, gatti e uccelli. Mi spiaceva rimanere sempre chiusa lì, avrei voluto andare ad esplorare quel mondo che si muoveva ma sapevo che nonna Lucia non avrebbe avuto la forza di portarmi.

La domenica venivano sempre a trovarci Sara e Laura.
Laura passava molto tempo con me finito il pranzo, giocavamo con la palla in giardino e quando ero stanca mi sdraiavo su un fianco e lei si sedeva di fianco a me a farmi le coccole. Mi raccontava spesso di quanto le sarebbe piaciuto avermi con lei. Delle volte mi diceva anche che avrebbe voluto venire a vivere lì con me e nonna Lucia perché la madre era insopportabile e non la lasciava mai tranquilla; e puntualmente era la voce di Sara a spezzare l’incanto del nostro momento:  “Laura dai che andiamo!” gridò da dentro casa
A proposito eh Candy, fai la brava cucciola. Torno presto” e chiudeva la porta dietro di sé.
I giorno proseguivano tranquilli ed io pian piano crescevo. Io e nonna Lucia avevamo trovato la nostra quotidianità fatta di piccole cose. Quando Laura veniva a trovarmi sfogavo tutto il mio essere giovane correndo all'impazzata per casa, ma quando lei non c’era facevo il possibile per starmene in giardino, dove avevo i miei giochi da fare.
Poi un giorno successe una cosa strana: la mattina nonna Lucia non venne ad aprirmi la porta ed io sentivo i rantoli della fame che mi attanagliavano. Improvvisante però sentii dei rumori di sirene e molto rumore in casa. Mi preoccupai e cominciai ad abbaiare ma nessuno venne ad aprirmi la porta. Poco dopo nuovamente le sirene e poi nulla. Aspettai per lungo tempo. Stavo morendo di fame.  Solo verso l’imbrunire sentii la porta aprirsi: era Laura.
Si inginocchiò davanti a me e disse “Dai Candy andiamo, si cambia casa. Vieni a stare da noi”.  Mi mise il guinzaglio e quella fu la prima volta che uscii dal mio piccolo regno. Purtroppo era sera e fuori non si vedeva molto, ma gli odori erano tantissimi. Il viaggio durò poco tempo e quando scesi dalla macchina Laura mi portò di fronte ad una porta: al di là sentivo un cane abbaiare. Sara alzando la voce disse “Cody stai buono” e aprì la porta.
Laura mi tenne stretta al guinzaglio ma Cody mi si fiondò addosso e dopo una prima annusata, fummo subito amici. Ero felice di aver trovato un compagno di giochi. Stavamo insieme tutto il giorno e spesso eravamo soli. Combinavamo spesso guai e quando Sara tornava a casa il più delle volte erano urla a perdifiato. Non urlava solo per i danni alle cose: capitava spesso che mi scappasse la pipì durante il giorno e quando non la tenevo più cercavo un angolino per farla. Allora erano doppie urla al suo ritorno.
Rispetto a dove stavo prima era tutto diverso: stavo bene con Laura, ma sia lei che Sara erano a casa solo la sera. Dalla mattina fino a sera io e Cody eravamo soli e confinati in quell'appartamento.
Quando Sara tornava ed era così arrabbiata, Laura prendeva sempre le mie difese ma lei purtroppo la attaccava dicendole che era stata egoista a volermi a casa, che doveva crescere e capire che non poteva raccogliere tutti gli animali del mondo e farli vivere con loro, che doveva riflettere sui suoi gesti e sul nostro bene. La conversazione di solito terminava con Laura che se ne andava in camera sbattendo la porta e gridando “io ti odio”.   Io e Cody guardavamo la scena seduti in corridoio e stavamo attenti a non intercettare la camminata né di Laura né di Sara se no sarebbero stati guai anche per noi.
Un giorno però una di queste discussioni degenerò e l’ultima frase fu: “Basta! Non possiamo più tenerli, non ce la faccio più”.

L’indomani mattina Sara parlando al telefono qualcuno disse “Sì la posso portare sabato pomeriggio, se per la coppia va bene”. Non so perché ma avevo la sensazione che si trattasse di me o Cody. 
Sabato pomeriggio. Sara mi mise al guinzaglio e mi caricò in auto. Arrivammo in un posto dove c’era una grande struttura in metallo, sentivo tanti cani abbaiare. Arrivati alla porta c’era un stanza grande con dei vetri che davano verso un cortile ed un pappagallo dentro una gabbietta: nel cortile c’erano altri cani al guinzaglio che passeggiavano assieme ai padroni.
Poco dopo una ragazza fece andare nel cortile anche noi, dove ad aspettarci c’era una coppia di ragazzi con un cagnolino ed un bambino. Il cagnolino, Tommy si chiamava, era molto simpatico e giocammo un sacco, nonostante fossi legata. Mentre giocavamo però urtai il bambino, che cadde con il sedere a terra e si mise a piangere. Sara mi sgridò, ma io non l’avevo fatto apposta. Il bambino fu peso in braccio in preda ad un pianto isterico e la coppia salutandoci si allontanò con Tommy.
Salutammo la ragazza e tornammo a casa.
Laura ci aspettava e quando entrai, lei e Cody mi fecero tante feste, fui molto contenta.  Meno contenta fu Sara che alla domanda di Laura “Allora cosa fanno, la prendono?” lei rispose “No, perché hanno un bambino e un altro cane e non vogliono guai in casa. Come li capisco!”.
Laura allora mi si tuffò al collo e mi abbracciò e io fui molto felice.

Lunedì.
Arrivò una telefonata e Laura rispondendo chiamò Sara: “Tieni sono sempre loro”. Sara prese la chiamata “Sì ciao, una coppia giovane dici, bene no?! Ok allora sabato ci vediamo lì”.
Sara lanciò un’occhiata a Laura e lei abbassò lo sguardo mettendosi le cuffiette e uscendo per andare a scuola.
Il sabato tornammo nel posto dove avevo conosciuto quella coppia: stavolta ad attenderci c’era un ragazzo alto. Sembrava simpatico. Ci avviciniamo e Sara gli dà il guinzaglio. Facciamo una passeggiata insieme: sfrutto l’occasione per vedere quanto più posso di quel cortile ma essendo legata dovevo stare al suo passo. Mi fa giocare un po’ e in effetti sto proprio bene con lui, mi chiama cucciola.
Nel frattempo sento che parla con la ragazza e Sara chiude dicendo “Ci aggiorniamo in settimana, allora”.
Di nuovo in macchina e di nuovo a casa. Entrando scorgo subito Laura che mi aspetta come sempre, dà un’occhiata alla madre ma vedo che qualcosa è cambiato. Niente più urla, mi viene incontro e mi accarezza dicendo “piccola Candy”.
Passano alcuni giorni di estrema tranquillità.
Mercoledì sera.
Laura mi porta a fare un giretto fuori. Torniamo in casa e stranamente, mi fa salire sul divano per coccolarmi un po’. Intanto Sara nell'altra stanza traffica con alcune cose. Nel frattempo io mi godo questa piacevole sensazione.
Sara entra nella stanza e dice “Dai Candy, è ora”. Sento Laura che mi abbraccia forte e poi sparisce. Io vado verso Sara e con lei esco di casa per salire in macchina.
Arriviamo nuovamente in quella struttura vista già due volte e una ragazza ci apre la porta. Questa volta Sara non entra: lascia il guinzaglio alla ragazza e se ne va in tutta fretta.

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Eccomi qui, al buio. Chissà magari domattina rivedo Lucia.
La mattina, si apre la porta ed una signora con un vestito verde mi fa uscire e mi dice “Eccola qui Candy, dai che è il tuo turno”. Mi ricordo solo di essere salita in alto su un tavolo, ho sentito un pizzico nella zampa e poi mi sono risvegliata nuovamente qui con un forte dolore alla pancia e tanta sete.
Spero di tornare presto a casa, non mi piace questo posto. Non ho ancora mangiato e questo taglio mi dà molto fastidio.
Si riapre la porta e la ragazza che mi aveva accolto il giorno prima apre la gabbia e mi chiama “Candy, allora come stai? Sei pronta per la tua nuova vita?!”.
Penso a quale nuova vita, io voglio tornare a casa.
Attraversiamo il cortile ed entriamo nello stanzone di vetro dove c’era il pappagallo e ad aspettarmi c’è una ragazza con i capelli strani, un po’ biondi e un po’ marroni. Ha il viso gentile e gli occhi belli. La ragazza le dà il guinzaglio e così insieme usciamo.
Facciamo un giro nel parcheggio della struttura e per il viottolo in campagna. Che bello il prato, l’aria pungente: metto il naso basso e odore tutto ciò che posso. Sento la ragazza che fatica a starmi dietro e mi spiace ma ho bisogno di sentire.
Apre il portellone dell’auto e mi fa salire. Mentre andiamo sento che mi parla e dice “Sarai scombussolata eh piccola, ma vedrai che andrà tutto bene”.
Non sapevo dove stavo andando, ma le sensazioni erano positive, solo ero un po’ preoccupata.
Dopo poco arrivammo e appena scesa vidi anche il ragazzo che era venuto in canile. Mi salutò e tutti insieme entrammo in un cancelletto dove all'interno c’era un bel giardino poi dentro un porticato e su per delle scale fino ad un appartamento caldo e profumato.
Mi feci un giro ma ancora non sapevo dove stare. La ragazza prese un coperta e la distese a terra, io andai subito a sedermi e lì rimasi per qualche ora stanca morta.
Dopo un po’ i ragazzi andarono in un'altra stanza ed io li seguii per vedere dove andavano. Vidi che erano a letto e così d’istinto salii su e mi sdraiai in mezzo a loro. Fu una bella sensazione: essere parte di una famiglia.

Notte piccola Candy, benvenuta!


Candy





martedì 5 aprile 2016

#pedalando nei sogni

Una giornata grigia, la pioggia fastidiosa ti pizzica il viso mentre con la tua bicicletta te ne vai alla metropolitana. Hai le cuffie nelle orecchie e la tua musica ti fa svegliare bene nonostante clacson e rumori vari sulla Padana. Percorri la stradina dietro al distributore e pedalando abbastanza forte da dover mettere la mano in tasca per il freddo, arrivi alla stazione. Solito delirio di studenti e lavoratori che affollano i tornelli e spesso, senza nemmeno scusarsi, spintonano per accedere alle banchine. Arrivi sulla linea gialla, tiri fuori il tuo libro. Il treno arriva. Sali. E inizia il tuo viaggio: ti perdi dentro le pagine leggendo una storia di pura bellezza. Sorridi, fai smorfie con la bocca. Chissà che pensano quelli che ti stanno vicini, ma non riesci a trattenerti. Sei immersa in un mondo magico, denso di luce, sensazioni e colori che solo queste pagine sanno darti. Ti spiace non poter condividere con gli altri queste sensazioni, ma sono tutti occupati a fare qualcosa per loro, certo la condivisione non è il massimo valore di questo tempo. Un lacrima scende quando lei parla del suo rapporto con la natura più incontaminata, e pensi che ti manca molto. Ti manca il giorno che hai fatto in montagna con tuo padre a castagne. Il silenzio, lo strepitìo del fuoco che arde nel bruciare i cardi, la giornata autunnale densa di sole, il fumo che crea una nebbia mistica che si insinua tra quelle enormi piante secolari. Sento ancora quel profumo, vedo la vallata in cui si erge maestoso il campanile e ai suoi piedi la diga. Ma come la protagonista di questo libro occorre saper trovare questo angolo di natura anche in città dove questa ha dovuto cedere il passo all'asfalto. Chissà magari come lei sei legata ai cactus, unica pianta che ha dimostrato di saperti amare. Timida, sgraziata e priva di una bellezza universale rimane sempre in secondo piano, ma quando fiorisce regala una splendida immagine: un fiore delicato, purpureo, che dura pochissimo. La bellezza, nonostante la incontriamo anche solo per un attimo, è in grado di  nutrire la nostra anima.


martedì 1 marzo 2016

Le promesse del cuore

Ricevetti un incarico di lavoro: il censimento di alcuni edifici demaniali visionandone lo stato e mi ritrovai così a girare per le vie del centro di Milano. Il lavoro in sé non comportava particolari difficoltà e mi consentiva di gustare le bellezze della città.
Mi ritrovai al civico 17 di Via Bergamini, una libreria non più aperta al pubblico. Entrando dal portone principale, un lento cigolio fece da eco al mio passaggio. Varcato il porticato d'ingresso, una bellissima corte racchiusa nelle mura del palazzo, sulla sinistra la scala che mi avrebbe condotta alla porta. Salii i gradini: arrivata alla porta mi raggiunse il custode, che mi salutò aprendomi la porta. Entrando vidi tutt'intorno, su ogni centimetro libero della parete, libri a perdita d'occhio; molteplici piani di testi incastonati e perfettamente allineati: testi di ogni tipo e fattura, anno e soggetto.
Passai da una stanza all'altra con lo sguardo rivolto all'insù, e lo abbassai solo per evitare di inciampare. Di fronte a me una scrivania: un uomo sulla settantina, testa china su un registro, occhi incollati alla sua lettura. Un uomo ordinato, distinto, occhiali bassi sul naso. Con una mano teneva un libro, con l'altra scorreva una a una le righe del registro aperto, diligentemente e con meticolosa cura. Quando mi vide fermò per un istante il dito, alzò giusto lo sguardo e fece un cenno con le sopracciglia che interpretai come un saluto e si rimise al lavoro.
Mentre davo un'occhiata in giro il mio sguardo si posava spesso su di lui. Con fare evasivo, mi avvicinai alla scrivania e fu lì che lui posò il libro e alzando il capo, esclamò: Trovato!
Come?! dissi in imbarazzo.
Volevo dirle che finalmente ho trovato quel che cercavo disse sorridendo.
Buon per lei dissi arrossendo Mi scusi, non volevo essere sfacciata. La vedevo così preso che lo confesso, avrei voluto sapere di cosa si trattava.
Per fortuna disse l'uomo alzandosi dalla sedia è tanto tempo che nessuno mi chiedeva più del mio lavoro. Sono mesi che sono solo a riempire pagine di codici. E' una lavoro impegnativo e meticoloso. Questo maledetto disse indicando il libro che prima aveva in mano l'avevo già codificato ma non ero sicuro perchè il giorno che toccò a lui, fui distratto dall'arrivo di un amico e così lo appoggiai su quella pila là in fondo disse indicando una torre di testi a fianco della finestra e lì rimase.
Può succedere, no?! Se chi l'ha distratta è un amico, sarà valsa sicuramente la pena.
L'uomo sorrise con gli occhi brillanti di qualcuno che custodisce un segreto.
Questo mio amico da quel giorno viene sempre a trovarmi, passiamo qualche ora insieme fino a che se ne va, io torno ai codici e lui si allontana sui tetti.
Come sui tetti?! dissi sorpresa.
Certo il mio amico è un gatto!
Adoro i gatti dissi hanno qualcosa di speciale.
Sì, proprio così disse l'uomo curano le ferite, quelle più profonde disse abbassando lo sguardo.
Mi spiaceva averlo rattristato con quel ricordo, così cercai di riportare la conversazione ai codici.
Mi diceva quindi del codice, l'aveva già trascritto?.
Sì, infatti l'uomo alzò la testa dopo un sospiro e prese in mano il testo.
Un testo così prezioso! Valeva la pena ricontrollare.
Titolo? chiesi
La sua curiosità non ha mai fine! disse scuotendo il dito Mi piacciono le persone curiose, sono il motore del mondo. Non è importante il titolo, ma quel che rappresenta per me. Questo testo è stato il primo in assoluto ad essere inserito nel catalogo prestiti in questa biblioteca, dalla mia Anna. E' l'origine! Da qui ha avuto inizio il lavoro mio e di mia moglie. Lei era una fanatica dei libri, leggeva tantissimo e complice la fortuna riuscimmo ad ottenere insieme di gestire questo tesoro. Ci piaceva l'idea che tutti potessero godere della bellezza della lettura. All'inizio andò bene: la biblioteca fu molto frequentata. Il numero dei testi cresceva: poesia, narrativa, arte, romanzi, gialli. Fu un bel periodo quello disse l'uomo con lo sguardo luminoso poi arrivò la televisione: quella macchina infernale tolse pian piano la curiosità e la sete di imparare. La gente preferì starsene a guardare quiz e donnette in poltrona piuttosto che stimolare il cervello. Quella fu la prima grande disfatta dell'uomo moderno, dopo il capitalismo.
Quanto ha ragione! dissi La penso esattamente come lei! Ogni giorno vedo persone vuote, senza sogni e passioni e questo è proporzionale all'assenza di conoscenza e alla pigrizia di pensiero.
Vedo signorina che siamo in sintonia mi disse porgendomi la mano per una stretta forte come un patto siglato.
Fummo costretti a ridurre l'orario, ma fu semplice perché ciò avvenne all'età della pensione quindi riuscimmo a sbarcare ugualmente il lunario.
L'uomo divenne poi serio, si sedette nuovamente sulla sedia massaggiandosi il volto con la mano Purtroppo in quel periodo, mia moglie si ammalò e per lei furono poche le speranze di salvezza. Ricordo ancora l'ultimo giorno che fu cosciente, quasi se lo sentisse, mi fece promettere una cosa, me lo ricordo come fosse ieri, disse: ora sarai solo, ma io sarò al tuo fianco sempre. Promettimi che porterai a termine il nostro progetto? Quei bambini hanno bisogno di sognare, di conoscere, di imparare e di vivere quante più storie potranno e tu avrai il dovere di aiutarli.
Non volevo piangere davanti a lui ma a stento riuscii a trattenere le lacrime.
Vede tutte quelle scatole?disse indicando il centro della stanza Sono dirette in tante parti del paese, donate allo scopo di diffondere cultura e speranza. Solo il pensiero mi rende fiero di ciò che faccio come lo sarà mia moglie da lassù.
Lo può ben dire signor... chiesi.
Il mio nome è Walter rispose.
Walter lei è un grand'uomo, se nel mondo ci fossero più persone come....No no signorina, non lo dica mi interruppe non mi attribuisca meriti che non ho, ho fatto semplicemente ciò che il mio cuore e la mia testa mi dicevano di fare. Tutto qui. Comunque non si dimentichi che il merito è tutto di Anna disse lei è la mia musa. Mi spiace ma ora devo tornare ai miei codici altrimenti si fa tardi e tra poco arriverà Gastone a prendersi la sua dose di coccole.
Giusto!. La saluto Walter, mi scuso di averle fatto perdere tempo dissi raccogliendo la mia cartelletta.
Arrivederci signorina! rispose rimettendosi gli occhiali, pronto per il suo elenco.
Uscii da quel piccolo paradiso piena di serenità: pensai a quei libri che di lettore in lettore avrebbero aperto la finestra della fantasia.

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