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Visualizzazione post con etichetta Filosofi italiani. Mostra tutti i post
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venerdì 22 luglio 2016
giovedì 7 aprile 2016
#Dario Fo - Creatività a 90 anni
Lei credi in Dio?
Credo in una presenza. Se scende giù in cortile vede che c'è una fila di piante. Solo una ha un fiore. E' quella di Franca. Ha dato il fiore il primo giorno di primavera.Ha compiuto 90 anni. cosa vuol dire vivere?
Vuol dire non essere preda di un incantamento. Siamo educati a una serie di spettacoli, la televisione in testa, che vogliono farci dimenticare dove siamo, chi siamo, come viviamo. Oggi si dice: che me ne frega delle trivelle e se nell'adriatico ci sono le cozze avvelenate che ti fanno venire il cancro. Io vado a mangiarle sul Tirreno. Ecco il vivere è il contrario di questo pensiero, di questo imbroglio.
Cit Metrolibri - Antonella Fiori
lunedì 5 ottobre 2015
Umberto Galimberti - " Il piccolo uomo"
DAL MINUTO 35 SOTTOLINEATA LA GRANDE VERITÀ CHE SPESSO DIMENTICHIAMO.
venerdì 20 febbraio 2015
martedì 12 marzo 2013
Umberto Galimberti - Avete la forza biologica. Usatela.
.... perché le idee migliori si hanno dai 20 ai 30 anni.....
http://www.youtube.com/watch?v=nWZSrdyNAvM
http://www.youtube.com/watch?v=nWZSrdyNAvM
mercoledì 27 giugno 2012
L'intelligenza del futuro - I miti del nostro tempo - Galimberti
[...] In un mondo globalizzato questa disposizione mentale, di matrice illuminista, è essenziale, e il suo terreno di cultura e di acquisizione è proprio il relativismo tanto osetggiato da atteggiamenti religiosi e fideistici. Senza una mentalità relativista non c'è "tolleranza" la quale non consiste tanto nel lasciar vivere e non osteggiare chi è diverso da noi, quanto nell'ipotizzare che chi è portatore di un'altra cultura e persino di un'altra religione possa avere un grandiente di verità superiore al nostro.[...]
martedì 26 giugno 2012
Umberto Galimberti - I miti del nostro tempo
La mimetizzazione dell'intelligenza è la virtù delle persone veramente inelligenti, che sanno coniugare la verità con la comprensione della verità, per la quale sono disposti a rinunciare all'esibizione di sè per la cura dell'altro e la comprensione delle modalità con cui l'altro può capire quanto si va dicendo.
All'intelligenza che sa mimetizzarsi compete quella virtù che possiamo chiamare altruismo, qui non come "buonismo" ma come percezione di ciò che è altro da me, perchè consapevole che gli altri, con le loro obiezioni anche grossolane, possono costituire uno stimolo a un ulteriore ricercare e intendere di trovare.
All'intelligenza che sa mimetizzarsi compete quella virtù che possiamo chiamare altruismo, qui non come "buonismo" ma come percezione di ciò che è altro da me, perchè consapevole che gli altri, con le loro obiezioni anche grossolane, possono costituire uno stimolo a un ulteriore ricercare e intendere di trovare.
martedì 8 maggio 2012
Umberto Galimberti - I miti del nostro tempo
In neuroscienza la felicità risulta essere la buona armonia dei tre cervelli:
quello rettiliano, collocato nell'area ipotalamica, che presiede le funzioni vitali del bere, mangiare, dormire, fare l'amore;
quello limbico che presiede gli automatismi che regolano le azioni che compiamo senza pensare;
quello corticale con cui ragioniamo, calcoliamo, disegnamo, creiamo musica e poesia.
[...]
Eppure la propensione alla felicità è accessibile a qualsiasi essere umano indipendentemente dalla sua ricchezza,condizione sociale, capacità intellettuale. PErchè la felicità non dipende tanto dal piacere, dall'amore, dalla considerazione altrui, quanto dalla piena accettazione di sè che Nietzsche ha sintetizzato nell'aforisma: "diventa ciò che sei".
quello rettiliano, collocato nell'area ipotalamica, che presiede le funzioni vitali del bere, mangiare, dormire, fare l'amore;
quello limbico che presiede gli automatismi che regolano le azioni che compiamo senza pensare;
quello corticale con cui ragioniamo, calcoliamo, disegnamo, creiamo musica e poesia.
[...]
Eppure la propensione alla felicità è accessibile a qualsiasi essere umano indipendentemente dalla sua ricchezza,condizione sociale, capacità intellettuale. PErchè la felicità non dipende tanto dal piacere, dall'amore, dalla considerazione altrui, quanto dalla piena accettazione di sè che Nietzsche ha sintetizzato nell'aforisma: "diventa ciò che sei".
Leggendo il libro di Galimberti mi si è messa davanti una verità. Ogni giorno leggendo le notizie di cronaca veniamo a conoscenza di gesti esteremi e anche violenti fatti da persone ordinarie anche le più insospettabili. Nel libro egli analizza la storia dei ragazzi del cavalcavia, quelli che gettarono il sasso sull'auto di quella coppia. Durante gli interrogatori la cosa che più saltò agli occhi fu sì l'insensatezza del gesto ma non dovuta ad un perchè fondamentale quanto a nessun motivo in particolare. Fu difficile per i pm arrivare anche solo a dialogare con questi ragazzi. Il dialogo è alla base se manca quello il mondo è sordo e muto.
domenica 1 aprile 2012
I miti del nostro tempo - Umberto Galimberti
La sofferenza differisce radicalmente dal dolore, pure essendo altrettanto radicalmente coinvolgente. Chi soffre infatti non solo si interroga sulle ragioni del proprio soffrire, ma tramite la sofferenza eleva se stesso al problema, e per tal via si interroga in generale sul senso dell'esistenza. Chi è felice ignora l'esistenza come problema, perchè inerisce e aderisce per intero alla propria condizione e non ha motivo di rifiutarla.
[Salvatore Natoli - La felicità. Saggio di teoria degli affetti]
[Salvatore Natoli - La felicità. Saggio di teoria degli affetti]
mercoledì 29 febbraio 2012
Umberto Galimberti - I miti del nostro tempo
Il colloquio è fatto unicamente di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è "prestare l'orecchio", è farsi condurre dalla parola dell'altro là dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore.
mercoledì 22 febbraio 2012
Umberto Galimberti - L'ospite inquietante "La forza d'animo"
Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia,
non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è
forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di una decisione quando, dopo
aver analizzato i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si
decide, perché in una scelta piuttosto che in un'altra ci si sente a casa. E
guai a imboccare, per convenienza o debolezza, una scelta che non è la nostra,
guai a essere stranieri nella propria vita. La forza d’animo, che è poi la
forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa,
presso di noi. Qui è la
salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi che ci
evita tutti questi “altrove” della vita che non ci appartengono e che spesso
imbocchiamo perché altri, ci chiedono, e noi non sappiamo dire no. Il bisogno
di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade
che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce
e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere gli altri. Alla
fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora,
la metafora della devianza del sentiero della nostra vita.
lunedì 20 febbraio 2012
Umberto Galimberti - L'ospite inquietante "La razionalità della tecnica e l'implosione del senso"
La tecnica è entrata in profondo conflitto con il primato che l'uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell'essere. E in verità, nell'assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che riducono lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su sui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non sia troppo antico per abitare l'età della tecnica che non noi, ma l'astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci, con un'obbligazione più forte di quella sancita da tutte le morali che nella storia sono state scritte, a entrarvi e a prendervi parte. [......]
La tecnica infatti non tende a uno scopo, non promuove il senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. E sicome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrisi dal nichilismo i concetti di individuo, identità, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l'età pretecnologica, a che ora, nell'età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.
La tecnica infatti non tende a uno scopo, non promuove il senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona. E sicome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrisi dal nichilismo i concetti di individuo, identità, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l'età pretecnologica, a che ora, nell'età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi o rifondati dalle radici.
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