giovedì 16 dicembre 2010

La giusta distanza

 Attenzione contiene anche la trama del film



Qualche giorno fa qualcuno mi ha chiesto com’è vivere a Modena. Io ho risposto che è non è malaccio anche se un po’ troppo provinciale. La risposta è stata “nella provincialità si celano spesso vere miniere di diamanti”. Stasera mentre giro sui canali del digitale mi fermo su un film attratta dai paesaggi del delta del Po, che peraltro adoro. Il film si chiama “La giusta distanza”. Narra la storia di un ragazzo che vuole diventare giornalista  e inizia facendo cronaca sui gialli del paese, interfacciandosi con tutti i personaggi della cittadina della bassa veneta. L’autista della corriere, l’estetista, l’amico tecnico del telefono, il commerciante don giovanni senza scrupoli, la leggenda della zattera con i matti, i compagni di lavoro, la maestra della scuola elementare e l’immigrato padrone dell’officina meccanica.
Tutto si svolge intorno a questi ultimi due personaggi, diversi da quelli del paese, lei con una personalità forte, decisa e libera, lui con una vita densa di sofferenza alle spalle. Si innamorano e iniziano una storia che sembra andare per il meglio. Si vedono a cena, partecipano alla festa del paese e sono benvoluti dall’intera comunità. Poi lui avanza la proposta di matrimonio e lei, forse per via di quel suo carattere forte e libero si spaventa a morte e decide di chiedere il trasferimento, lontano, in Brasile. Lui ovviamente non la prende benissimo ma capisce che non può fare nulla per cambiare la sua decisione. La sera in cui si lasciano lei è comunque distrutta dal dolore ma incapace di cambiare idea. L’indomani però non si presenta a scuola e il giorno dopo il suo cadavere viene trovato nell’acqua. Esito dell’autopsia: un forte colpo alla nuca e segni di percosse. Hassan,questo era il nome dell’immigrato tunisino, viene incolpato del suo omicidio, incarcerato e condannato a 15 anni. Il ragazzo scrive un bell’articolo su questa vicenda che lo porta a entrare a far parte della testata giornalistica del paese a tutti gli effetti e giura che non vorrà mai più sentir parlare di Hassan, suo datore di lavoro e amico. Qualche tempo dopo Hassan si toglie la vita in carcere e quando gli viene comunicato, per scrivere l’articolo, si precipita all’obitorio dove incontra la sorella del tunisino che gli legge un biglietto in cui si scusa per il male che lei ha dovuto subire durante la vicenda e ribadisce la sua innocenza. La sorella chiederà quindi al ragazzo di scrivere che suo fratello è innocente. Il ragazzo scioglie la sua promessa e infrange la regola della “giusta distanza” e inizia ad indagare a ritroso per trovare la verità, convinto in cuor suo dell’innocenza di questa persona; tant’è che dopo un’attenta ricerca sui fatti, e verificata l’incuria da parte degli avvocati nel gestire le prove, risale ad una telefonata fatta a Mara, questo è il nome della maestra, in cui l’autista della corriera, eterno innamorato di questa ragazza, chiede di far visita la sera prima della partenza, e dopo una tentata violenza, durante la colluttazione, la ragazza sbatte la testa sul termosifone e muore. La polizia arriverà ad arrestare l’uomo che confesserà tutto, quasi a volersi lavare la coscienza, e il ragazzo, scrivendo l’articolo, si guadagnerà un posto in una redazione di Milano.
La regola della giusta distanza è quindi stata infranta ma se non l’avesse infranta non si sarebbe mai saputa la verità.
La giusta distanza quindi dalle emozioni private, personali, quelle che ci fanno perdere quell’oggettività distaccata. I compaesani non furono mai contenti di leggere quell’articolo, forse perché colpiva una realtà statica e assodata, una famiglia costruita e PERBENE, perché era più facile pensare che un immigrato in preda a un raptus di follia avesse ucciso e ben gli stava che si fosse suicidato. L’avvocato aveva in cuor suo già deciso in base alla nazionalità del suo protetto.
Bè il provincialismo è anche questo: il non riuscire a guardare più in là dei confini, a giudicare tutto ciò che è diverso da noi.
Sicuramente tra le cose positive ci sono il fatto che non sei un numero hai un’identità, che se cammini per strada la gente ti riconosce e ti saluta, che se vai dal panettiere tutti i giorni questo prepara il tuo sacchetto tutte le mattine, che se vai nel tuo bar i vecchi che giocano a briscola sono lì seduti sempre nella stessa posizione e dicono sempre le stesse bestemmie, magari dopo qualche anno ne mancherà qualcuno ma la situazione sarà sempre la stessa. La quotidianità ti entra dentro come una pellicola che gira su una macchina da presa del cinema.
Ma il provincialismo è anche la difficoltà di essere diversi da tutto questo, il combattere contro lo standard, contro il futuro che deve essere uguale per tutti, contro il giudizio pesante su qualunque cosa fai o sei che ti stampa per sempre addosso come un marchio a fuoco, indelebile.
Io credo sempre che alla fine non si possa giudicare la vita degli altri perché di questa non si sa proprio nulla, e invece, in queste cittadine, si perdono vagonate di tempo a ciarlare su cosa ha fatto questo, su chi ha sposato quell’altro, sul perché quella ragazza vive da sola etc.
E’ sempre stato difficile essere diversi, bisogna avere coraggio.

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